Panem nostrum quotidianum Mediterraneo biodiversità e politiche agro-alimentari?
Strano destino quello del Mediterraneo.Mare europeo per eccellenza eppure lasciato dall’Europa nella disponibilità di potenze estranee, lontane, prima fra tutte la Cina. Strano destino anche quello dell’Italia, cuore del Mediterraneoeppure anch’essa colpevolmente disinteressata al suo mare, attratta dal “fascino” del Mar del Nord.Le vicende della guerra scatenata dall’invasione russa in Ucraina tuttavia non sono neutre per l’Europa e non lo sono per il Mediterraneo né per l’Italia.L’incombente crisi alimentare, provocata dalle sanzioni verso la Russia e dal blocco delle produzioni ucraine, costringe l’Italia a rivedere le sue politiche agricole, come già avvenuto per lepolitiche energetiche.Sarà in grado l’Italia di riequilibrare le sue politiche di approvvigionamento alimentare per esempio sul fronte dei cereali ed in particolare del frumento? E lo farà aumentando le importazioni dal Canada o dalla stessa Cina o proverà a rilanciare la sua cerealicoltura?L’Italia è il paese della pasta, ma importa gran parte del suo fabbisogno di grano duro (oltre quattro milioni di tonnellate nel 2020, fonte Ismea). È il paese dei prodotti da forno ma importa anche qui gran parte del suo fabbisogno (ancora oltre quattro milioni di tonnellate nel 2020, fonte Ismea anche qui come per il resto).Le cose non cambiano se prendiamo in esame l’orzo, il mais ed il resto dei cereali. Il guaio è che dipendendo dall’estero l’Italia non governa l’evoluzione dei prezzi ma la subisce. Tra il 2019 ed oggi i prezzi sono raddoppiati, in alcuni casi triplicati. Ci avviamo verso il traguardo di trasformare il pane in bene di lusso. Un vero miracolo da prestidigitatori. Da qualche parte è arrivato a costare sino a otto o nove euro al Chilogrammo. In media si attesta ormai stabilmente al di sopra dei cinque euro, sempre per il prodotto base. Medesima sorte tocca alla pasta. Magari con qualche moderazione in più, se parliamo, anche qui del prodotto base. Lo stesso discorso vale per il mais che, come noto, è l’elemento base della alimentazione dei grandi allevamenti intensivi. L’Ucraina e la Russia sono in cima ai fornitori per l’Italia. E questo è un altro bel guaio. Con la Russia impegnata a trasformare l’Ucraina in un deserto, essendo essa stessa irretita nelle sanzioni. Certo, anche in questo caso potremo sostituire il grano ucraino e quello russo con i prodotti canadesi, magari con quelli cinesi. Formidabili i cinesi. Sono in testa anche alle produzioni cerealicole. Altro che sorgo rosso e riso. Roba da letteratura. Panem nostrum cotidianum da nobis hodie recita la preghiera cristiana rivolta a Dio Pater Noster. E il profeta nella Bibbia invita i produttori di grano a lasciare i covoni dimenticati per la vedova e per gli orfani. Il pane è per tutti. Non deve mancare a nessuno. Con il pane inizia la civiltà. I nomadi divennero stanziali e trasformarono la terra in loro patria. Anche Gilgamesh Signore di Uruk abbandonò la carne quando assaporò il pane. I chicchi di frumento, di orzo e degli altri cereali erano generosi. E interi campi ne moltiplicavano il numero, una volta seminati. Sulle sponde del Mediterraneo, nelle fertili terre del Nilo e nella Mesopotamia racchiusa tra il Tigri e l’Eufrate, nel Corno d’Africa, dappertutto in primavera ondeggiava un mare verde ed in estate una infinita distesa di Messi mature, gialle come l’oro. In Italia la Puglia e la Sicilia erano i granai. Ma anche la pianura Padana praticava la coltura del grano. Tutte le pianure distese lungo il Mediterraneo, in verità, erano fino a qualche decennio fa, segnate dall’incedere del seminatore che in autunno inoltrato, con la sua falcata ampia ed il gesto del braccio generoso, fecondava i campi. E in estate il falciatore popolava quei campi innalzando torri di covoni in attesa di essere battuti sull’aia. Poi arrivò l’agricoltura industriale e tutto cambiò. Non serviva più il profumo del mare e le particelle di iodio trasportate dal vento per la qualità del grano. Non servivano più i seminatori e nemmeno i falciatori. E venne meno la consuetudine di lasciare i covoni dimenticati per la vedova e gli orfani.L’agricoltura moderna, industrializzata e fertilizzata con la chimica, annullava la dimensione mistica del grano ed anche il radicamento geografico. Anche in prossimità del Polo Nord era ormai possibile produrre il grano. La biodiversità non fu più un valore ma addirittura un disvalore. Ed il Mediterraneo, epicentro della biodiversità nel mondo, decadde. Valevano il petrolio per la indotta fame energetica dell’Europa e le grandi pianure irrigate, ovunque si trovassero, per la indotta fame alimentare. E l’Italia, tra tutti i paesi mediterranei, fu quella che con maggior piglio si adeguò. Lasciando fare agli altri. La vocazione agricola? Retaggio del passato. Valeva la trasformazione industriale. L’officina d’Europa, altro che granaio! Il grano ormai lo producevano altrove, con minore spesa, fra l’altro, e maggiore resa. E valeva per tutto il resto. Pomodori e bestiame compresi. I pomodori prodotti con qualche decilitro di acqua e il bestiame allevato con qualche ettolitro, vennero banditi. Al loro posto le grandi produzioni irrigue e gli allevamenti sitibondi, per la produzione di 1 kg di carne in allevamento intensivo sono necessari 11500 litri di acqua (fonte assocarni.it), rispetto ai 790 di un allevamento biologico. Fu così che l’Italia si trasformò in paese industriale. Settima potenza e su, su sino ad agganciare il quinto posto. Altri tempi ovviamente. Perché poi con l’avvento della globalizzazione cambiò tutto. Ed anche le fabbriche chiusero. Soprattutto a Sud. Ma non riaprirono i campi. E l’Italia divenne importatrice netta, anche per la sua alimentazione. Della sua meravigliosa biodiversità si erano dimenticati tutti, addirittura perse le tracce, in molti casi. Sino a questa maledetta guerra fratricida che oppone un pezzo di Europa impegnata a cannibalizzarne un altro pezzo. Con la Cina che guarda interessata e l’America che sente minaccia od opportunità di soluzione finale. Le tre teste del Cerbero che sino ad oggi montavano la guardia al mondo potrebbero azzuffarsi tra loro e decidere una volta per tutte chi è il padrone. E la piccola Ucraina si scopre esca e trappola di tanta iattanza. Comunque vadano le cose, la globalizzazione è finita. Almeno nella declinazione sin qui adottata.
Ed il Mediterraneo?Ad averlo il continente Mediterraneo…
L’equilibrio del mondo avrebbe avuto una gamba solida. Solidissima. Ma tant’è. La storia è un’altra cosa.
Però il Padre Mediterraneo è lì, con la sua biodiversità, che attende. Sempre che popoli e governanti si vogliano svegliare.Ma chi l’ha detto che il progresso è fatto solo di industria e attività connesse, energia e tecnologia comprese? Una nazione è ricca e progredita se ha un’economia integrata. L’economia monosettoriale ha l’orizzonte corto.
L’agricoltura non è un fatto residuale. Sono stati sufficienti cinquanta giorni di crisi per evidenziarlo. Certo fa paura la crisi energetica per un paese che, anche qui, ha cessato di sviluppare una propria capacità produttiva per affidarsi alle forniture esterne. Ma adesso, se unite la crisi agro alimentare, tutto diventa maledettamente difficile.
In cinquanta anni il Mediterraneo è divenuto irriconoscibile. Tradito e dimenticato. In cinquanta anni anche l’Italia ha cambiato pelle. Non in cinquecento anni o mille. In cinquanta anni. Adesso bisogna rimediare. In quanto tempo? Non parliamo di mesi. Nella migliore delle ipotesi dobbiamo pensare a qualche anno. Primo obiettivo è comunque recuperare la dimensione mediterranea dell’Italia e ritrovare la sua agricoltura e la sua biodiversità. Rimettendo a coltura i suoi terreni. Recuperando le sue aree interne e finalmente riportando i suoi giovani nelle campagne. Ovvio che non si tratta di capovolgere la situazione come la conosciamo, ma solo di riequilibrarla restituendo all’agricoltura mediterranea il suo ruolo e il suo peso.
In Italia la superficie destinata al frumento tenero è passata da oltre tre milioni di ettari negli anni ‘60 ai 500.000 ettari attuali! Analoga situazione è riscontrabile anche per il grano duro, per il quale ancora nel 2004 si registravano circa un milione e ottocentomila ettari a fronte del milione e duecentomila del 2021, e per il resto dei cereali.
Un paese in queste condizioni è un paese che ha deciso di suicidarsi inseguendo il mito del consumismo a buon mercato e che ha pensato bene di puntare sui sussidi assistenziali (e l’aumento delle spese militari) piuttosto che sull’ incentivo a produrre! Rimettere a coltura i 2 milioni e mezzo/3 milioni di ettari mancanti non è un’opzione, è una necessità strategica. Come il recupero della agricoltura familiare ed il ritorno dei giovani alla conoscenza ed alla cultura della straordinaria biodiversità mediterranea.
Chi ha detto che per fare agricoltura competitiva necessitino grandi/grandissime superfici? L’Unione europea, ahimè, a partire dagli anni ‘70 teorizzò e promosse l’agricoltura industrializzata (infarcita di prodotti chimici) che richiedeva l’irrigazione selvaggia (responsabile, tra i principali, dell’inquinamento con gli allevamenti intensivi e le colture agricole ad essi destinate) e vaste superfici con il conseguente abbandono della agricoltura familiare, che poi era fondamentale al Sud. Nei primi anni ‘80 il commissario europeo per l’agricoltura, l’olandese Mansholt, teorizzò quella agricoltura (80/150 ettari ad azienda) indispensabile per rendere efficiente il comparto, meccanizzarlo, espellere manodopera, spingere l’irrigazione, l’industria e la chimica a manetta nelle aziende agricole (vietato parlare di campagne) per un’economia all’altezza dei tempi e del villaggio globale! Allora in Italia l’occupazione agricola precipitò dal 50 per cento della forza lavoro al 40, poi al 30 poi al 20 poi al 10, poi al 5 sino alle irrisorie percentuali attuali.
A sud (ed anche a nord, in Emilia ed in Veneto soprattutto) negli anni di industrializzazione accelerata (ad alto tasso di inquinamento) nacque la figura del metal-mezzadro. L’operaio che nel tempo residuo si dedicava alle sue campagne.
Intanto, l’Unione Europea incentivava l’estirpazione dei vitigni e delle colture mediterranee (crisi degli agrumeti) e rendeva problematica la produzione di ortaggi (ricca e variegata base della Dieta Mediterranea, oggi, finalmente riconosciuta Patrimonio dell’UNESCO). Nel contempo, con una politica di sostegni scellerata alimentava la speculazione e le rendite agrarie, portando all’abbandono pluridecennale dell’olivicoltura al Sud, oggi falcidiata in Puglia dalla Xilella fastidiosa che ha distrutto un enorme patrimonio di piante (si parla ormai di venti milioni di esemplari.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti! La scellerata invasione russa dell’Ucraina ha scoperchiato la pentola!
Finalmente è tempo di prendere atto che è finita la globalizzazione per come è stata sin qui declinata e sono fallite le politiche agricole comunitarie, soprattutto a Sud e nel Mediterraneo! Finalmente è tempo di varare un piano nazionale e i piani regionali di ritorno alla biodiversità mediterranea!
Finalmente è tempo di varare un piano massiccio di rilancio della agricoltura familiare centrata sulla biodiversità, sulla specializzazione, sulla filiera a km zero, sulla messa a coltura di “piccole” superfici. Daremo una mano al pianeta, perché la biodiversità mediterranea non distrugge le risorse idriche e non inquina l’aria ed i terreni, ma li preserva e aiuta l’umanità ad essere in pace con sé stessa.
Finalmente è tempo di recuperare le troppe terre abbandonate nelle aree interne!
È tempo di varare un piano straordinario di ritorno dei giovani all’agricoltura!
Un paese è ricco prima di tutto se ha un’agricoltura avanzata! Compatibile ed integrata con l’ambiente, diversificata, evoluta.
Un paese, di conseguenza è povero ed in abbandono se ha una agricoltura residuale!
Non è un caso che l’Italia stia precipitando verso le zone basse della graduatoria delle nazioni sviluppate oltre che delle nazioni a maggior culto della conoscenza.
Non è un caso che il Sud stia conoscendo uno dei periodi più bui del suo sottosviluppo dall’Unità d’Italia.
È tempo di rimediare! Ripartendo dall’agricoltura.
L’agricoltura mediterranea che ovviamente non significa arretrata. Anzi, il recupero e lo sviluppo della biodiversità mediterranea dovrà procedere di pari passo con la ricerca, la conoscenza e lo sviluppo delle tecnologie agroambientali. Magari con un massiccio decentramento sui territori degli istituti universitari e dello stesso CNR.
Sarebbe davvero un bel passo avanti.
Antonio Corvino