( pubblicato Bcc du Bio’s rivista dell’ordine nazionale dri Biologi)
E se fosse, poniamo, un continente, il Mediterraneo?
Un Continente in parte liquido ed in parte solido, di cui l’ Europa, quella oggi identificata come Europa del Sud occupasse i paralleli e Meridiani settentrionali, l’ Africa, quella sahariana, occupasse i paralleli ed i meridiani del Sud e l’Asia, quella che oggi identifichiamo come Vicino e Medio Oriente, ne occupasse quelli ad est? Un continente in cui il mare, appunto il Mare Mediterraneo, ne fosse parte integrante e costituente, sia pure nella sua dimensione liquida ?
E, poniamo, ci fosse un’Organizzazione degli Stati Mediterranei che si fosse dato l’obiettivo di mantenere la coesione dei popoli e lo sviluppo delle nazioni salvaguardandone le specificità culturali, religiose, sociali, storiche, e favorendone i processi di integrazione economica, creando una grande area comune, magari con una sua moneta, una sua politica di dialogo con il resto del mondo e soprattutto con una sua indiscutibile capacità di salvaguardarne l’unicità sul piano del paesaggio, della biodiversità, del clima, della civiltà delle differenze coniugate come paradigmi indispensabili per la salvaguardia dell’unicità di quel continente?
Certo è una fantasia, ma continuiamo per un momento ad addentrarci in questa fantasia. Il Mediterraneo non sarebbe stato violato e violentato, financo dissacrato, da chiunque avesse avuto una flotta aerea o navale ben armata o una dirigenza ambiziosa, desiderosa di dominare questa o quella regione o addirittura l’ intero continente africano o quello asiatico o, perché no, quello europeo.
Stiamo parlando di un ipotetico continente di oltre un miliardo di persone, grande forse due/tre volte l’Europa, anzi di più. Con una forza economica da far impallidire gli attuali imperi e, soprattutto, con un bagaglio di civiltà da rappresentare un formidabile baluardo contro derive coloniali, guerre, dittature, povertà, immigrazioni funeste e funestate oltre che un argine insormontabile contro assurdi quanto fuorvianti fenomeni di globalizzazione.
Anche le derive distruttive dell’ambiente, i processi di smantellamento degli equilibri di sostenibilità del pianeta, di distruzione del paesaggio forse sarebbero stati bloccati se non completamente evitati.
Il fatto è che intorno al Mediterraneo insistono popoli e nazioni, comunità e culture che sono stati progressivamente estromessi dai processi di governo non solo del mondo ma addirittura della propria realtà.
Non solo ma tutti quei popoli, nazioni, comunità e culture sono stati indotti a pensare che la responsabilità del sottosviluppo, della emarginazione, risiedesse nel loro dna. Non erano efficienti, non erano organizzati, non erano capaci, quando non erano infingardi e dediti al malaffare, tutti pronti a scappare per invadere le case altrui e via di questo passo!
L’antidoto? Darsi da fare e soprattutto diventare come i popoli del nord, globalizzati, urbanizzati, veloci, diamine, efficienti e competitivi, come loro.
Insomma era questione di paradigma. Il paradigma dell’ efficienza e della produttività/produzione senza limiti che comporta consumi anche illimitati su tutti i fronti a cominciare dalle risorse del pianeta, prima fra tutti l’aria che respiriamo, contro il paradigma del rispetto e delle lentezza, della produzione giusta e responsabile che rispetta l’uomo, la natura ed il pianeta.
Ma chi l’ha detto che il paradigma della globalizzazione che crea i mostri delle asfissianti conurbazioni, delle megalopoli, che intasa le coste fino a distruggerle e provoca l’abbandono e la desertificazione delle campagne e delle aree interne, delle montagne e delle valli, delle colline e dei borghi, che stravolge il paesaggio fino a comprometterne la riconoscibilità e la tenuta, che mette in competizione i popoli riducendoli alla miseria, dopo averne sradicato cultura e capacità critica, sia quello giusto?
Certo è quello vincente! Ma non è quello giusto!
Qual’ è l’orizzonte che ci aspetta? Quello di Blade runner? Con gli androidi al posto degli uomini che sognano pecore elettriche quando li spengono? La profezia di Malthus che si sta avvicinando?La terra non sarà in grado di sostenere la corsa sfrenata dello sviluppo ed il peso degli uomini! Ed allora? Prepariamo gli spazioporti e creiamo le stazioni orbitanti, costruiamo le città artificiali sulla luna e su Marte, magari su Io ed Europa per chi avrà voglia e tempo in abbondanza? Nel 2030 avremo gli androidi tra noi ed anche i cacciatori di androidi, visto che questi saranno in tutto uguali agli uomini, anche nei ricordi e nei sentimenti! E se saranno gli androidi a dare la caccia agli inutili e superati umani?
Ecco perché c’è bisogno del continente Mediterraneo. Il continente dei Greci e dei Persiani, il continente dei Cretesi e dei Fenici, il continente di Salomone e della regina di Saba, il continente del fiume Nilo, del Tigri e dell’Eufrate. Il continente del Danubio. Degli infiniti piccoli fiumi e degli infiniti angoli. Il continente di Enea e di Didone, dei Romani e dei Cartaginesi, degli italici, degli iberici, dei Galli e dei Germanici, e via dicendo, il continente di Federico Secondo e di Al-Kamil, degli Ebrei e degli ortodossi, dei cattolici e dei musulmani. Un continente basato sulle diversità e sulle differenze e sul rispetto!
Esattamente, sul rispetto. Quello che è sin qui mancato in ossequio al paradigma della competizione sfrenata, del dominio, del colonialismo, della sopraffazione.
Il professor Abdelouahab Rezig, emerito dell’ Università di Algeri, già rettore di quell’Università, con il quale abbiamo avuto modo di discutere in più di un’occasione di Mediterraneo, mi raccontava dell’insopprimibile senso di frustrazione degli Algerini ed in genere dei popoli del nord Africa che venivano individuati dai Francesi con l’appellativo di “ indigeni” , negando e, addirittura, disconoscendo la loro dignità di popolo e di nazione. È in questo disconoscimento, e nel furto del loro passato oltre che del loro futuro, che ha trovato radicamento la rabbia e la frustrazione, che sono sfociate nelle guerre e nelle violenze.
Ma parlare di continente mediterraneo è un puro esercizio retorico.
Nonostante molti illustri storici, Braudel fra tutti, abbiano parlato del Mediterraneo come di un’ unica Entità esaltata e non disconosciuta dalle diversità che pure lo hanno da sempre attraversato. La stessa contrapposizione/coesistenza di Cristiani e Mussulmani lungi dal mettere in discussione l’unità del Mediterraneo andava interpretata come una duplice faccia di un’unica realtà.
Nella letteratura più recente l’unitarietà del Mediterraneo, pur riconosciuta nella sua dimensione storica, almeno come aspirazione, seppure troppo spesso misconosciuta sino al totale sovvertimento ad opera del colonialismo che presumeva di imporre la coercizione violenta a servizio delle potenze dominanti, passa in secondo ordine rispetto alla diversità delle realtà esaltate da microcosmi che privilegiano l’autarchia rispetto alla integrazione ( Peregrine Horden e Nicholas Purcell).
Anche Pedrag Matevejevic immaginava che il Mediterraneo, che egli amava visceralmente e considerava come la casa comune di quanti vivevano sulle sue sponde, fosse composto da sottoinsiemi tendenti ad isolarsi piuttosto che ad unirsi. Le vicende dei Balcani, che egli aveva vissuto con grande dolore per la sua dimensione ibrida e “ contaminata” ( padre russo di origine Ucraina e madre croato-bosniaca) erano un riferimento troppo vivo in tale senso.
Una sera, al termine di un congresso in cui avevamo parlato di sviluppo dei Mezzogiorni d’ Europa nel Mediterraneo, andammo a cena con pochi amici in un angolo nascosto lungo la costiera sorrentina dominato da un pugno di case addossate le une sulle altre sotto la parete rocciosa che precipitava nel mare. Vi era una trattoria deserta in quella sera di inizio luglio. Ci prepararono un tavolo sulla battigia. La proprietaria della trattoria ed i suoi figli vennero da noi e ci coccolarono tutto il tempo con i loro piatti e con l’originalità della loro lingua fatta di musicalità, ironia che intercettava con straordinaria immediatezza i sentimenti di quanti erano seduti a godersi il golfo di Napoli ed il Vesuvio da quell’angolo di paradiso sperduto e che a noi sembrava anche sconosciuto.
Pedrag era visibilmente emozionato, quasi in preda ad una esaltazione mistica oltre che poetica. Dovrò riscrivere il mio Breviario, mi disse. Non puoi descrivere il Mediterraneo senza parlare di questi angoli sconosciuti quanto nascosti che lo vivificano al pari dei grandi porti e delle capitali.
In realtà il Mediterraneo rimane un’entità liquida, dove è difficile tracciare confini o fissare limiti, destinati ad essere inficiati da realtà, lingue, culture che si accumulano in ogni dove.
E tuttavia la diversità del Mediterraneo è la sua vera ricchezza.
Su di essa si può e si deve costruire la sua unità.
Ad una condizione, affermava, l’ambasciatore del Marocco, Hassan Abouyoub a commento dei documenti sulla carta di Barcellona per una politica europea del Mediterraneo varata dall’ Unione Europea nel 1995. Che vi sia il rispetto delle culture e delle specificità dei popoli che su di esso si affacciano.
E torniamo alla specificità dei Sud che si raccolgono intorno al Mediterraneo.
E se la lentezza del Mediterraneo fosse un valore rispetto alla frenetica agitazione del nord? Nel suo libro sul pensiero meridiano, Franco Cassano più che insinuare un dubbio affermava una verità.
Una verità che trova la giusta sponda nel pensiero di Albert Camus che nella sua opera “l’homme révolté “ indicava nel senso del limite e della misura propri dei popoli del Mediterraneo, da sempre abituati a non eccedere per non sfidare la nemesis divina ed a rispettare la terra da cui traevano sostentamento, utilizzando al meglio i suoi prodotti ed evitando ogni inutile spreco, l’antidoto alla deriva nordica fatta di frenesia ed ansia di raggiungere traguardi sempre più ambiziosi.
E allora, certo, non parliamo dell’inesistente continente del Mediterraneo.
Parliamo delle sue diversità linguistiche, religiose, culturali, climatiche, paesaggistiche, che declinano una straordinaria dimensione unitaria, tuttavia. A condizione che l’ Europa smetta di considerare il Mediterraneo come il proprio cortile di casa, peraltro abbandonandolo all’aggressione della speculazione oltre che alle aspirazioni di potenza più o meno coloniale, più o meno economica, più o meno militare di chi ha forza, voglia e interesse ad entrarvi.
Non abbiamo molto tempo a disposizione.
La conferenza di Barcellona sul Mediterraneo data dal 1995. Ma da allora è rimasto tutto fermo. Ovviamente sul fronte europeo. Perché sul fronte asiatico e sul fronte africano sono successe molte cose che vanno esattamente in direzione opposta alla dimensione unitaria del Mediterraneo. Non solo ma vanno anche in direzione opposta alla necessità di salvaguardare il patrimonio del Mediterraneo. Sul piano culturale, sul piano dello sviluppo, su quello dell’ambiente. Del paesaggio.
Anche la politica europea sul paesaggio data addirittura dal 1979 ( convenzione sulla preservazione della vita selvaggia e dell’ambiente naturale dell’Europa) mentre anche la convenzione europea del paesaggio ha ormai più di vent’anni ( 2000). E tuttavia basta vedere il livello di antropizzazione delle coste, lo sviluppo delle aree metropolitane e l’abbandono dei Borghi e delle aree interne per capire che alle affermazioni di principio non sono seguite le decisioni operative.
Provate ad incamminarvi lungo i tratturi ed i sentieri delle aree interne del Mezzogiorno d’Italia. Capirete come stia galoppando la desertificazione di quelle aree, ma anche come stia cambiando il paesaggio. Vi troverete immersi in foreste di pale eoliche che hanno modificato radicalmente il paesaggio compromettendo talora senza possibilità di ritorno lo stato della fauna stanziale e migratoria e incidendo negativamente su quella che è la biodiversità delle stesse aree.
Per non parlare della totale assenza dell’ Europa sugli equilibri geopolitici del Mediterraneo dove la recente crisi dell’ Afghanistan si somma alle precedenti del Medio Oriente e della sponda Africana.
Intanto la Cina occupa le caselle strategiche direttamente in casa europea mentre il paradigma dello sviluppo si va radicalmente ridefinendo nelle direttrici oltre che nelle capacità di investimento e nella distribuzione geografica della produzione. Si va verso un mondo non più diviso in monoliti ma con più centri gravitazionali. È una grande opportunità. Ma l’Europa è attardata a coltivare gli equilibri del paradigma nord Atlantico piuttosto che giocare le proprie possibilità in uno scacchiere che pure vede il Mediterraneo tornato al centro degli scambi internazionali. Il paradosso è che il futuro del Mediterraneo viene lasciato nella disponibilità dei nuovi arrivati, a cominciare dalla Cina, compromettendone ancora una volta le sorti future e dal punto di vista dello sviluppo, sia pure secondo logiche tradizionali che andrebbero riviste, e dal punto di vista della compatibilità ambientale e del rispetto dell’ unità del Mediterraneo nella sua straordinaria imprescindibile diversità, da cui si dovrebbe ripartire.
E allora sarebbe una bella prospettiva quella del continente mediterraneo!
È un peccato che sia solo immaginazione.
Antonio Corvino